giovedì 16 aprile 2009

Blade Runner

Una vostra collega, Sara Nardi, vi invita a commentare alcuni spunti relativi al film Blade Runner.
Di seguito il teso della sua mail:

A seguito della odierna lezione, vorrei proporvi qualche notizia riguardo il celebre film "Blade runner" e il suo romanzo predecessore "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?".
La retorica dell’imperalismo ha mostrato all’uomo scenari immensi, possibilità infinite, esperienze esaltanti. Col tempo, soprattutto nel campo del quotidiano,l’orizzonte è andato sempre più stringendosi, i grandi sogni si sono tramutati in incubi e l’universo da illuminare con la luce della cultura si è rivelato più angusto e meschino della “piccola città”. Il sogno si è rotto in mille pezzi, tutti della dimensione di una piccola tessera di quel tragico puzzle sociale che nasce dall’alienazione dell’odierna comunità umana.
Philp Kindred Dick, scrittore statunitense, è stato forse, nella fantascienza, uno dei massimi portavoce di questa crisi, ad un tempo sociale e metodologica creando una visione coerente del mondo che anche se continuamente diversa, è solcata da temi ricorrenti che, simbolicamente, assolvono una funzione chiarificatrice. Se è vero che la realtà si presenta come un puzzle da ricostruire tessera dopo tessera, Dick si accorge che la cosa è pur sempre un aspetto secondario di un problema più ampio: la realtà è manipolabile dai mezzi dell’informazione, dai problemi politici, dai gruppi economici e la sua frammentazione non è che una maschera utile a celare tale manipolazione. Le azioni più rivoluzionarie dei personaggi di Dick prendono forma nel momento in cui l’individuo accetta di svolgere il proprio ruolo, recitando la propria parte.
Philip K. Dick, visionario e ossessivamente preoccupato della propria esistenza inquieta e precaria, pubblica romanzi e racconti che esplorano criticamente l’universo instabile dell’ immaginario scientifico e il suo impatto devastante sull’individuo, prigioniero di poteri palesemente devastanti e deumanizzanti, con espliciti riferimenti alla società americana degli anni settanta.

Affianca l’esperienza negativa del passato storico e autobiografico all’utopica visione di una civiltà galattica, futuristica, fittizia, in cui si intrecciano umano e non-umano, vero e falso, reale e irreale, umani e androidi.
Chiari sono i riferimenti dello scrittore all’ontologia (studio dell’essere in quanto tale), e alla teologia, il tutto pervaso da un senso di pessimismo e da un’attenzione particolare per i problemi psichiatrici dei personaggi.
Molte opere di Dick prefigurano situazioni e figure del mondo di oggi , e ciò è dovuto alla consapevolezza che ebbe come pochi altri autori dell’impatto dei media (televisione in testa) sulla vita quotidiana dell’uomo post-moderno. "L'abilità di Dick nel combinare avventure assurde e momenti di angoscia esistenziale è rara nella nostra letteratura" (Sholes-Rabkin, 1977:108). Ma come c'è un'intima connessione tra strategia e configurazione psicologica del personaggio, così esiste un parallelismo tra condizione esistenziale e rapporto con il tempo - quasi a conseguenza della conoscenza globale o locale - in modo da definire con una certa precisione il destino ontologico del soggetto. Alla base del problema esistenziale di Dick c'è la comunicazione, soprattutto in virtù del fatto che non esiste un "linguaggio privato".
Dick era ossessionato dai simulacri artificiali che avevano conquistato l’immaginario americano.

Proprio gli androidi sono i protagonisti dell‘opera “Ma gli androidi sognano pecore elettriche”, romanzo scritto nel 1968.
Protagonista è Rick Deckard, cacciatore di taglie dalla vita squallidamente ordinata, costretto a ritirare e “terminare” sei androidi di nuova generazione, i Nexus 6.
Le vicende si svolgono a San Francisco in seguito all’Ultima guerra mondiale, in una città affondata nella polvere radioattiva, in un mondo ormai semi-deserto in cui regna la solitudine.
“Emigrare o degenerare” è l’impietoso appello delle autorità: colonie extra-mondo accolgono uomini e donne che non hanno subito alterazioni genetiche o mentali a causa della radioattività; per incentivarli a trasferirsi, una legge dell’ ONU stabilisce che ad ogni terrestre venga affidato un droide come servo. È però proibito agli androidi di abbandonare le colonie e trasferirsi sulla Terra, pena il ritiro immediato.
Coloro che si rifiutano di emigrare rischiano mutazioni delle capacità intellettive, che li rende ”chickenhead”, oltre che la sterilizzazione e la conseguente cancellazione dalla società.
L’umanità è così destinata a sprofondare o a scomparire sotto ai rifiuti, la palta, che giorno dopo giorno soffoca ogni cosa. Per questo accudire un’animale risulta un dovere morale e simbolo di benessere.

Ed è proprio la volontà di acquistare un vero animale per sostituire la sua pecora elettrica che spinge Rick Deckard a scontrarsi con i replicanti. Quello che il cacciatore non poteva prevedere è la possibilità di affezionarsi o addirittura amare uno di loro.
Deckard perde poco a poco la capacità di distinguere ciò che reale da ciò che è artificiale, compresa la sua stessa natura; tale dubbio verrà suscitato in particolare dall’ incontro con Rachel, androide senza saperlo, che lo sedurrà sgretolerà il mosaico della sua ormai labile mente.

“Se è umano prendersi cura degli altri esseri viventi e proteggerli, fino a che punto è umano uccidere un androide che si sente vivo?”

Deckard così deve essere pronto a sopprimere i propri sentimenti, l’empatia che prova verso creature che sembrano umane. Uccidere snatura l’umanità del protagonista.
I simulacri moriranno tutti, come vuole la legge, tranne Rachael, che sparirà nel nulla dopo aver ucciso la tanto agognata pecora del cacciatore, comprata con il guadagno delle taglie.
La giornata di Deckard si concluderà con un senso di perdizione, di smarrimento, di cui la sola consolazione sarà la ricerca di una qualsiasi forma di vita, reale o elettrica forse non importa, nella solitudine del deserto.
Tra i temi significativi del romanzo, palese è la difficoltà nel discernere tra essere umano e androide, dal momento che quest’ultimo diventa sempre più simile all’uomo, vivo e capace di emozionarsi, piangere, amare.
D’altra parte gli esseri umani perdono sempre più l’umanità fino ad assomigliare agli androidi, influenzati, quasi drogati, da modulatori di umori e da scatole empatiche, che decidono per loro quali sentimenti provare.
Ritengo che questo sia l’aspetto più terribile del romanzo: non sono gli androidi ad assomigliare agli uomini, ma gli uomini ad assomigliare agli androidi.
Nel romanzo è possibile identificare un significato di natura filosofica. Uno dei problemi fondamentali della filosofia è stato quello del rapporto tra soggetto e oggetto, che nasce quando il primo pensatore si chiede che cosa sia il mondo che lo circonda con i suoi oggetti diversi da lui.

“Sono certo di me stesso perché il mio pensiero me lo conferma, non si può dubitare di sé stessi, ma chi sta di fronte è un soggetto come me o piuttosto..un cyborg?

Il “cogito ergo sum” di Cartesio non basta più ad avere certezze di sé stessi.
Se poi quello che si ritiene un perfetto automa non si differenzia sostanzialmente dall’uomo perché non amarlo? Gli androidi devono essere uccisi altrimenti l’uomo dubita di sé stesso.

Il libro ha goduto di un’immensa popolarità a seguito del successo della pellicola che ne è stata tratta, Blade Runner di Ridley Scott, considerato uno dei capolavori del cinema di fantascienza.
Sei replicanti, capitanati da Roy Batty, sono fuggiti dalle colonie extramondo e giunti furtivamente a Los Angeles, hanno cercato di introdursi nella fabbrica dove sono stati prodotti, la Tyrell Corporation, nella speranza di riuscire a modificare la loro imminente data di termine.

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei…momenti andranno perduti…nel tempo…come….lacrime…nella pioggia. È tempo… di morire.”

Questo è il famoso monologo di Roy nello scontro finale con Deckard, pochi istanti prima della sua morte che lascerà il disarmato cacciatore impietrito.
L’estrema cura e ricercatezza delle immagini e degli effetti, la particolare ambientazione, le innovative atmosfere create, hanno rapidamente reso questo film un cult-movie .
Le due storie però hanno notevoli differenze.
Nel film Deckard è un duro detective, mentre nel romanzo è un uomo sposato con una moglie depressa che si lascia sopraffare dal modulatore di umore e dal merceranesimo (Mercer, predicatore virtuale, con la sua figura divina e la compassione cosmica, condizionava la vita di molti umani;
qui compare l’elemento religioso, in cui la religione appunto viene dichiarata come un trucco, una truffa, pura scenografia hollywoodiana.).
Nella pellicola si è quasi portati a solidarizzare nei confronti degli androidi ; nel libro essi appaiono freddi, calcolatori, privi di sentimenti, di empatia. Rachael ,in particolare, nel romanzo appare in una confusa dicotomia tra bene e male, e risulterà poi un personaggio per lo più negativo, manipolatore, con il quale Rick avrà una squallida relazione; nel film è una figura fortemente romantica.
Anche l’ambientazione è differente nelle due opere: la pellicola trova il suo sfondo nella caotica e affollata Los Angeles; il romanzo invece catapulta in una forte sensazione di vuoto, di solitudine, di silenzio insostenibile.
Nel libro inoltre viene dato maggior rilievo alla tenera figura di Isidore, “speciale”, cervello di gallina, l’unico che ha ancora il coraggio di ascoltare il silenzio, l’unico che cerca di combattere per conquistare il proprio spazio vitale, cercando disperatamente un contatto reale, nonostante sia disprezzato da tutti.
Nel romanzo colpisce particolarmente il contrasto tra i due cacciatori di taglie, Deckard e Phil Resch; quest’ultimo appare cinico, crudele e innesca in Rick una serie di dubbi esistenziali.

Il futuro rappresentato da Dick, è il nostro presente; ogni tema che ha sfiorato lo scrittore, è estremamente attuale, dal senso di inadeguatezza dell’individuo, il suo stato di solitudine, di vuoto, di smarrimento, alla costante influenza dei mass media, che dominano l’esistenza.
Confusione, incertezza, reale e irreale, razionale e irrazionale, vero o artificiale, materia e sostanza: tutto fa parte di un unico dipinto sfumato, labirintico, che è tutto ciò che ci circonda, che ci sfugge dalle mani, inevitabilmente.
Umani o androidi? Concreto o fittizio?

Sara Nardi

7 commenti:

  1. volevo segnalare un saggio scritto da Andrew Keen, "Dilettanti.com" in uscita dal 9 aprile, nel quale insinua che la rete stia distruggendo la nostra cultura e che siamo dominati da una sorta di darwinismo digitale, nel cui vince il peggiore.

    (fonte: "il venerdì" di Repubblica 3 aprile)

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  2. brillante e forbito.
    "tutto fa parte di un unico dipinto sfumato, labirintico, che è tutto ciò che ci circonda, che ci sfugge dalle mani, inevitabilmente."
    chiusura splendida!
    P.S. Sto andando a comprare "Do Androids Dream of Electric Sheep?" (grave mancanza lo so...)

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  3. il monologo finale di Blade Runner:
    http://www.youtube.com/watch?v=GKiqeJI7wUw

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  4. Marilena Caccavale19 aprile 2009 13:31

    scena iniziali di Blade Runner

    http://www.youtube.com/watch?v=YaR5wVL9x2I&feature=related

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  5. Girovagando per internet ho trovato questa critica del giornalista GIOVANNI GRAZZINI del"CORRIERE DELLA SERA"che rispetto ad altre banali mi sembra BREVE ma CONCISA. "Uno dei più clamorosi film di fantascienza che si siano visti negli ultimi anni, una delle più sgomentevoli profezie sull'imminente medioevo, uno dei frutti più maturi del cinema spettacolare. Insomma un film “ più ”, come direbbero i trombettieri patentati, un'ottima sintesi tra fumetto, narrativa popolare, tecnologia audio-visiva su cui c'è da fare pochissime riserve perché i punti deboli (l'epidermica psicologia, i rintocchi filosofeggianti) sono inerenti al genere quale è ormai codificato sul versante moralistico della letteratura avveniristica.
    Prendendo spunto dal romanzo Il cacciatore di androidi di Philip Dick - ma il titolo originale suonava curiosamente “ Gli androidi sognano pecore elettriche? ” - gli sceneggiatori Hampton Fancher e David Peoples immaginano che nell'anno 2019 l'umanità abbia portato alle estreme conseguenze le pratiche sperimentate nel nostro secolo: le grandi città hanno formato delle megalopoli in cui i ricchi, nei piani alti dei grattacieli, vivono separati dal fiume fangoso della plebe prodotta dalla sovrappopolazione; i potenti sfrecciano a bordo di aeromobili sulla testa dei miseri che, sotto la pioggia, usano ancora gli ombrelli; gli edifici del Novecento, che costerebbe troppo abbattere, vanno in rovina fra cumuli d'ímmondizie. [+]
    Uno dei più clamorosi film di fantascienza che si siano visti negli ultimi anni, una delle più sgomentevoli profezie sull'imminente medioevo, uno dei frutti più maturi del cinema spettacolare. Insomma un film “ più ”, come direbbero i trombettieri patentati, un'ottima sintesi tra fumetto, narrativa popolare, tecnologia audio-visiva su cui c'è da fare pochissime riserve perché i punti deboli (l'epidermica psicologia, i rintocchi filosofeggianti) sono inerenti al genere quale è ormai codificato sul versante moralistico della letteratura avveniristica.
    Prendendo spunto dal romanzo Il cacciatore di androidi di Philip Dick - ma il titolo originale suonava curiosamente “ Gli androidi sognano pecore elettriche? ” - gli sceneggiatori Hampton Fancher e David Peoples immaginano che nell'anno 2019 l'umanità abbia portato alle estreme conseguenze le pratiche sperimentate nel nostro secolo: le grandi città hanno formato delle megalopoli in cui i ricchi, nei piani alti dei grattacieli, vivono separati dal fiume fangoso della plebe prodotta dalla sovrappopolazione; i potenti sfrecciano a bordo di aeromobili sulla testa dei miseri che, sotto la pioggia, usano ancora gli ombrelli; gli edifici del Novecento, che costerebbe troppo abbattere, vanno in rovina fra cumuli d'ímmondizie. Chi se la gode sono i tecnocrati, simbolizzati dal magnate Tyrell, i quali dispongono di creature, i “ replicanti ”, prodotte dall'ingegneria genetica e adibite come schiavi ai servizi spaziali più rischiosi. Che cosa succede quando alcuni “ replicanti ”, programmati per vivere quattro anni, si ribellano ai loro padroni perché vogliono campare più a lungo, e sbarcano clandestini a Los Angeles? Succede che la polizia, paladina dell'Ordine, incarica l'ex detective Deckard di individuarli e toglierli di mezzo. Impresa da superfumetto, perché i “ replicanti ” sono di carne e ossa, in tutto uguali all'uomo e alla donna seppure privi di memoria e di sentimenti, ma in più forniti d'una forza terrificante. E perché Deckard, mentre indaga sui ribaldi, s'innamora d'una Rachael che è anch'essa certamente una creatura artificiale ma forse costruita con un metodo talmente perfezionato da possedere persino la virtù di provare affetti umani. Come non bastasse, interviene il sospetto che qualcuno dei “ replicanti ” si sia fabbricato dei falsi ricordi, e c'è chi si camuffa da barbona o da donnaserpente per farsi accompagnare dal genetista che potrebbe forse modificarle le cellule. Il più temibile fra i “ replicanti ”, e l'unico superstite dopo che Deckard (con l'aiuto di Rachael) ha eliminato gli altri, è comunque Roy, un biondo Mister Muscolo il quale ha ucciso Tyrell e, ululando come un lupo, finirebbe col far precipitare il suo inseguitore dall'alto d'un grattacielo. Se lo risparmia è perché Roy non ha ottenuto di prolungare la propria vita, e amaramente si chiede a che cosa ormai valga uccidere Deckard. Quest'ultimo dunque l'ha vinta, e l'amore di Rachael lo premia: ma chissà se la donna è stata programmata per sopravvivere quanto basta a invecchiare con lui nel mondo della Luce...
    Il fascino di Blade Runner (il titolo definisce la professione di Deckard con un termine preso in prestito da William Burroughs: si potrebbe tradurre “ il corriere della lama ”) sta nell'apparato decorativo in cui si celebrano le sue cupe nozze fra science-fiction e film a nero, nel rincorrersi di episodi mozzafiato, ambientati fra quinte tecnologicamente sofisticatissime e putrescenti, nell'adombrare una storia d'amore in luoghi agghiaccianti. Reduce dal successo di Alien , il regista inglese Ridley Scott lascia che stavolta l'orrore emerga da un'ipotesi pessimistica sul nostro futuro, e riallacciandosi ai classici del thriller e del western con fantasia tetra e barocca accomuna uomini veri e “ replicanti ” nella paura della morte. Per eccellenza film d'avventura, Blade Runner è tuttavia uno spettacolo coi fiocchi, nel quale gli effetti speciali dell'équipe di Douglas Trumbull, la musica di Vangelis, l'inventiva scenografica di Lawrence Paull, la fotografia di Jordan Cronenweth esaltano fino al delirio la drammaticità di eventi rappresentati da Ridley Scott con uno stile visionario in cui le memorie del cinema degli anni Quaranta si accoppiano ad angosciose premonizioni sul destino dell'umanità. La speranza che in un futuro terribile resti spazio alla vita dei sentimenti è uno scotto pagato dal film alla retorica. Conta molto di più l'ímmagine sordida di questa società degradata, restituita da Scott, nel tragico e nel magico, con una ricerca formale (cui non sono estranei echi del fumettista Mobius) di grande efficacia emotiva. E molto gli giova l'interpretazione di Harrison Ford, che prestando la propria faccia ordinaria a un eroe modellato sulle stanchezze e le perplessità di Bogart versa una goccia di verosimile nel confronto fra Deckard e i punk “ replicanti ”.
    Dopo aver fatto le lodi di Sean Young, che conferisce a Rachael la debita carica d'ambiguità, ripetiamo quanto dicemmo dall'ultima Mostra di Venezia, dove il film fu presentato fuori concorso. Che quanti diffidano dei colossi hollywoodiani dovrebbero ogni tanto ricredersi. Si danno casi, e questo lo è, in cui il genio di un regista reinventa l'antico racconto poliziesco con una fantasia figurativa che lo fa sembrare tutto nuovo, e ti incolla gli occhi allo schermo".
    Da Il Corriere della Sera, 15 ottobre 1982

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  6. Elena Camperlingo28 aprile 2009 10:01

    Finalmente l'ho visto!!!
    Sono rimasta innanzitutto colpita dall'ambientazione, dal fatto che 25 anni fa un grande regista come Ridley Scott sia stato così geniale da riuscire a presentare una Los Angeles del futuro straordinaria.
    Ancora una volta stiamo parlando della lotta tra uomini e macchine, in questa implacabile caccia dove, suo malgrado, il detective Rick Deckard accetta di annientare gli androidi che, fuggiti dalle colonie extra-mondo, si confondono ora tra gli esseri umani.
    Ma gli androidi sono capaci veramente di amare, di provare emozioni o di odiare? Mi sono posta questa domanda e guardando il rapporto tra Rick e Racheal sembrerebbe proprio di si, eppure sono macchine, sono stati progettati con queste predisposizioni, sono stati loro innestati dei ricordi ma che appartengono a qualcun altro. C'è un film bellissimo: A.I.(Intelligenza Artificiale)di Spielberg, anche qui si parla del rapporto uomo-macchina ma in chiave molto più sentimentale: può il piccolo David, creato e venduto come un giocattolo alle famiglie che desiderono dei figli, diventare un bambino vero? La favola di pinocchio può diventare realtà? David va alla ricerca della fata turchina; ciò che vuole è solo essere amato dalla sua mamma e la sua determinazione è tale da superare ogni ostacolo e paura!!! Consiglio a tutti di vederlo!!!
    Riporto qui di seguito un articolo interessante sul Sole-24 ore.( 19 Agosto)
    www.mymovies.it/dizionario/critica

    Il regista inglese Ridley Scott, oggi settantenne, sembrò a tutti un autore nuovo e di talento sulla base di tre film, l'esordio I duellanti da Conrad, che a Cannes entusiasmò Rossellini, e poi subito a Hollywood Alien (1979) e Blade Runner (1982), due film di fantascienza originali e possenti, visionari e ossessivi. Ma Scott preferì farsi americano e mettere la sua sapienza tecnica a servizio dei nuovi " producers", sempre meno coraggiosi "di destra". Escludendo Thelma & Louise (1991), il suo cinema ha incassato quasi sempre molto e ha avuto premi nella risibile cerimonia degli Oscar, ma vale davvero poco: favole new age ( Legend), revisioni storiche magniloquenti e imbecilli ( 1492, Il gladiatore, Hannibal, Le crociate), filmacci bellicisti ( Soldato Jane, Black Hawk Down), sempre con grande abbondanza di effetti speciali e quelle ridondanze che gli ottimisti chiamano post- moderne. La sua trasformazione ce la spieghiamo oggi pensando a quegli anni: alla fine degli anni Settanta il mondo cambiava, e cambiava il cinema, o meglio, iniziava la sua agonia.
    Scott ha esordito troppo tardi, a quarant'anni, e se il suo passato di pubblicitario è stato una riserva alla quale ha continuato ad attingere anche spudoratamente, l'epoca non lo ha favorito; dopo l'incredibile libertà degli anni Sessanta e Settanta – anni d'oro per la creatività hollywoodiana – sono arrivati gli anni oscuri del conformismo: la sconfitta dei movimenti, la fine delle utopie, il "pensiero unico", la massificazione di ogni mercato e per cominciare di quello mediatico, fondamentale per la solidità di un sistema economico ormai senza alternative. I tardi anni Settanta sono a Hollywood quelli della paranoia e della "cospirazione" ( Eraserhead, La conversazione, I tre giorni del condor...), i successivi sono quelli della restaurazione. Lo spazio per l'invenzione si restringe, e i film, da sempre merce privilegiata perché produttrice di consenso, accentuano il loro carattere di intrattenimento che cede al non-pensiero. La pubblicità è eterna, in Blade Runner una specie di dirigibile propaganda prodotti e messaggi politici (l'invito all'emigrazione nell'extra-mondo, cioè su altri pianeti), e sulle pareti dei grattacieli giganteggia la pubblicità della Coca- Cola. Il mondo di Blade Runner, "è questo mondo", il nostro, è la Terra nel 2019 del film (girato nel 1982; mentre il romanzo di Dick era uscito nel 1968 ed è ambientato nel 1992).
    Il disastro ecologico ha cambiato il clima, piove sempre e sembra sempre notte. La città (Los Angeles, nel romanzo San Francisco) sembra quella di Metropolis di Lang ma privata di razionalità: di un'urbanistica decomposta, fradicia e sporca, multietnica ma a dominan-te orientale, la natura vi è del tutto assente (vedremo la natura solo nello stupido finale ottimista voluto dai produttori, con la fuga degli amanti, ma abolito da Scott nella versione dvd). Sono mutati cibo e ambiente e usi e costumi ma la gestione del potere è sempre la stessa, e la polizia è quasi dovunque. Lo scienziato Tyrell ha brevettato forme di replicanti, uomini e donne artificiali adatti alla vita e alla guerra sugli altri pianeti, i cui modelli più perfetti sono i Nexus 6, che hanno una memoria (artificiale, indotta) e possono non sapere di essere tali, gratificati di un passato per poterli controllare meglio. Perfino il protagonista, il "cacciatore di androidi" Rick Deckard – nel romanzo era un ometto con problemi di coppia, nel film è Harrison Ford, con in volto un'unica espressione di stolida interrogazione –, è probabilmente un androide, ma ne abbiamo e ne ha solo un sospetto (il sogno del liocorno). Il suo compito di super-killer è di stanare un piccolo gruppo di ribelli tornati sulla Terra per scoprire la verità su di sé e bloccare la propria "deperibilità" (sono programmati per quattro anni e non più). Egli si innamora di una androide, e quando anche Roy, l'androide più forte (Rutger Hauer), sarà morto, dopo aver ucciso lo scienziato suo creatore in un incontro di sapore miltoniano («io voglio più vita, padre»), Deckard fugge con lei, ben sapendo che lei (e anche lui?) ha poco da vivere.
    La parola androide non è che una variante – tipicamente dickiana – della vecchia parola robot inventata dal ceco Karel Capek nel 1920 nel lavoro teatrale
    R.U.R. Né nuovo è il tema dell'uomo artificiale, Scott si ricorda di Frankenstein nell'incontro tra Roy e Tyrell. Ma è nuovo il contesto, sia quello di Dick – l'America degli anni Cinquanta e Sessanta, tra alienazione e ribellione, Dick fa subito pensare ai dibattiti dell'epoca, alla sociologia americana e al marxismo europeo, al Marcuse di L'uomo a una dimensione – sia quello di Scott, a rivolta sconfitta o rientrata, nella chiusura di nuovi tempi senza speranze che non siano manipolate, addormentanti. L'autentico dov'è più? Nell'anelito dei replicanti a «una vita che sia una vita» (come dice Roy) possiamo riconoscere l'insoddisfazione dei più, che apre alle nuove previsioni di J.G. Ballard (la rivoluzione del ceto medio) o a quelle più libere e nonostante tutto positive di Vonnegut (c'è ancora modo di lottare, e in ogni caso la vita continuerà anche dopo la«finedel mondo»,con l'uomoo senza, tra altre esistenze...).
    La sofferenza di chi si rende conto di non avere «una vita che sia una vita» non è certo nuova, nella storia della letteratura e del cinema. La sofferenza di chi scopre o sospetta di essere un replicante lo è, nonostante le sue affinità con le normali sofferenze delle vite non pienamente godute. L'androide di Dick e Scott non è solo una metafora, è una novità, è un fatto del futuro, e forse di un futuro non molto lontano dal nostro presente. A metà strada troviamo una variante che fa delle due sofferenze una sola, in un testo teatrale di Bontempelli,
    Minnie la candida ( 1927). A Minnie vien fatto credere da amici burloni che tra di noi ci sono uomini-macchina in tutto simili a noi, e nel dubbio di essere anche lei un essere artificiale, Minnie si uccide. La forza visionaria di Blade Runner sta nella compattezza del suo immaginario – visivo, narrativo, teorico – che esclude dal film tante suggestioni del romanzo come la morte degli animali, la filosofia-beffa di un nuovo Cristo nelle cui sofferenze identificarsi, il robot come una sorta di elettrodomestico, la vita dell'uomo medio mediamente (cioè grandemente) crudele eccetera. Ma bisogna esser grati a Ridley Scott della sua capacità di concentrare, di essenzializzare. E di aver tradotto in un barocco paesaggio di rovine tecnologiche ed ecologiche lo spazio del nostro vivere. Gli androidi sono tra noi, e la domanda che deve inquietarci deve essere quella dei due innamorati del film, o di Minnie: lo siamo forse anche noi?

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  7. Finalmente ho visto il film! mi è piaciuta molto la frase: "Brutta esperienza vivere nel terrore, vero? questo vuol dire essere schiavi".
    Interessante anche il tema della caducità della vita nonostante i progressi tecnologici.
    ho invece trovato inquietante la totale assenza di luce e l'uso perenne di colori cupi.

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