giovedì 20 dicembre 2012

Diane Arbus

http://gregneville.files.wordpress.com/2011/06/winogrand-diane-arbus-love-in-central-park-new-york.jpg
Gli studenti sono invitati a trovare informazioni (articoli, saggi critici, notizie biografiche ecc.) sulla fotografa statunitense e a pubblicarle come reply a questo post.

21 commenti:

  1. Nel saggio:"Della Fotografia", Pino Bertelli ci presenta la stra-ordinarietà di questa artista, la cui personalità accompagna i suoi lavori e le sue opere come un'ombra..o, semplicemente, ne illumina l'unicità.

    "A chi le chiese il perché si fosse dedicata seriamente alla fotografia solo a partire dai suoi 38 anni, ella rispose, con un sarcasmo cristallino: "Perché una donna passa la prima parte della sua vita a cercare un marito, a imparare ad essere una moglie e una madre, e a tentare di svolgere questi ruoli nel modo migliore. Non le resta il tempo di fare altro."

    Fotografia come strenua affermazione del proprio essere deforme: del proprio esistere, in quanto individuo/entità autonoma, al di là di ogni forma prestabilita e imposta.
    E proprio la categoria del 'deforme', infatti - nella sua accezione etimologicamente neutra, e quindi sgombra da qualsiasi intento di giudizio -, fu il campo prescelto da questa fotografa americana per cercarsi, e riconoscersi, nel mondo che la circondava. Dai più classici "fenomeni da baraccone" agli individui affetti da deformità fisiche o psichiche, o più semplicemente considerati dalla società dispregiativamente "diversi" per certi loro comportamenti e attitudini (casistica che viene solitamente riassunta dal termine 'freaks', con cui ci si riferisce a persone che siano fisicamente abnormi o, più in generale, a individui considerati negativamente inusuali a causa del loro modo di agire).
    Talvolta la deformità si fa più segreta, nascondendosi nelle pieghe ben stirate di una quotidianità borghese che si vorrebbe impeccabile. Ma, dice la Arbus: "c'è sempre una differenza tra quel che vogliamo si sappia di noi e quello che non possiamo evitare si sappia di noi; è la distanza tra l'intenzione e l'effetto"; è in queste foto che il senso di inquietudine si fa più forte, proprio quando la sensibilità della Arbus si infiltra in questo stretto spazio incontrollabile, svelando storture segrete in volti e corpi all'apparenza perfettamente normali."

    da: Nadir magazine, fotografia sul WEB 1997

    Valentina

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  2. Concentrata nell'arco di soli undici anni, dalla prima pubblicazione su Esquire nel 1960 fino alla data della sua morte avvenuta nel ‘71, la parabola artistica di Diane Arbus si dice abbia avuto le stigmate del “proibito”, nonché del male, che l’avrebbe infine portata al suicidio.
    L’opera di quest’artista, col suo allontanarsi da ogni schema precostituito, ha rappresentato un momento di profondo cambiamento tanto nei codici linguistici della fotografia, quanto nella percezione comune della realtà.
    Addestrata, grazie al lungo tirocinio di fotografa di moda accanto al marito, al rigore formale ed alla perfezione tecnica, Diane Arbus è ben lieta di rinunciarvi quando comincia la sua ricerca personale alla fine degli anni ‘50, e reagisce a questa prassi, che sente come una sistematica falsificazione cosmetica del reale, andando a “scoprire”, come le aveva consigliato la sua insegnante Lisette Model, ciò che non ha mai fotografato e di cui ha paura.
    Walker Evans, suo grande estimatore, vedrà in lei una specie di Diana “cacciatrice d’immagini”, e ne scriverà: “La sua originalità è nel suo occhio, spesso rivolto al grottesco e all'audace, un occhio coltivato… per mostrarti la paura perfino in una manciata di polvere”.
    Fotografa colta e raffinata, procede durante gli anni verso una semplificazione formale, attraversando un primo periodo caratterizzato da immagini sgranate e fortemente contrastate a causa di esposizioni approssimative. I suoi temi sono allora quelli, che la renderanno celebre, del “submondo” dei freaks.
    Quelle “meraviglie” che l’avevano impressionata alla visione dell’omonimo film, girato nel 1932, da Tod Browning, scopre di poter incontrare quotidianamente a Coney Island, benché in quel periodo i freakshow siano proibiti. E’ lì, infatti, che si reca per conoscere le sventurate vittime di congenite deformità e gli individui eccentrici, che ritrarrà di preferenza nelle loro abitazioni e camere da letto, ad ulteriore testimonianza, qualora le fotografie potessero lasciar spazio al minimo dubbio, del grado d’intimità che riesce ad instaurare con i propri soggetti.
    L’uso del “medio formato”, dal 1962 in poi, rivoluziona totalmente il suo modo di fotografare, soddisfacendo le sue nuove esigenze espressive: una chiarezza dell’immagine ed una definizione a prova di ingrandimento, ma ancor di più uno spazio quadrato, simmetrico, che avrebbe dato massima importanza al soggetto, posto frontalmente al centro della fotografia.
    Nelle sue opere troviamo sempre il rapporto diretto di uno sguardo rivelatore, che probabilmente riesce ad ottenere – oltre che con la sua, da molti testimoniata, innata capacità di mettere la gente a proprio agio – anche grazie alla scarsa carica aggressiva del tipo di attrezzatura fotografica di cui fa uso: le sue macchine 6×6, Rolleiflex o Mamiya dal mirino a pozzetto, non incombono psicologicamente, e la fotografa, a capo chino, non mette in soggezione, scrutandolo direttamente, chi posa. Queste macchine sono un limite psicologico posto a tutela reciproca.
    Nonostante si voglia continuare a credere, nella migliore tradizione romantica, che Arbus non potrà salvarsi da una partecipazione emotiva, che la consumerà nell'anima, sta di fatto che nel suo lavoro colpisce proprio l’evidente esistenza di “un’empatia non sentimentale”: una forma di reciproca accettazione, in virtù della quale la fotografa non mostra compassione per i fotografati, che non la chiedono, perché non esprimono disagio o sofferenza per il proprio esser “strani”, quasi lo apparissero solo ai nostri occhi.

    Fonte: http://specchioincerto.wordpress.com/donne-e-fotografia/diane-arbus/

    Regina Fontanella

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  3. Le fotografie per cui la Arbus è oggi maggiormente conosciuta sono quelle che ritraggono gli esseri umani nella loro diversità, nello scostarsi dalla "normalità" data per scontata, una normalità a volte messa in discussione dalla stessa natura a volte da scelte personali. Il suo approccio tuttavia non è mai voyeuristico, anzi, la consapevolezza della diversità non sminuiva i suoi soggetti, come avrebbe potuto avvenire facilmente. Nella maggior parte dei suoi ritratti i soggetti si trovano nel proprio ambiente, apparentemente a proprio agio; invece, è lo spettatore che è messo a disagio dall'accettazione del soggetto del proprio essere "freak". Negli anni sessanta ricevette due borse di studio dalla Fondazione Guggenheim e insegnò fotografia in diverse scuole a New York e Amherst negli ultimi anni della propria vita. In seguito a sempre più frequenti crisi depressive, si tolse la vita il 26 luglio 1971.
    La Arbus prediligeva le macchine fotografiche reflex medio formato che davano foto quadrate. Molte sue fotografie sono apparse su riviste come Harper's Bazaar, Esquire e The Sunday Times. Ha studiato per molto tempo con l'amico Richard Avedon.
    Nel 2006 Nicole Kidman ha interpretato la fotografa nel film Fur - Un ritratto immaginario di Diane Arbus diretto da Steven Shainberg. La storia (inventata) si propone di mostrare come Diane abbia potuto apprezzare il mondo della diversità entrando gradualmente nel mondo dei freaks.
    Child with Toy Hand Grenade in Central Park, New York, (1962) - Un ragazzino magrissimo con le braccia lungo il corpo ma irrigidite. Nella mano destra regge una granata giocattolo, mentre la sinistra imita un artiglio. Il volto potrebbe essere descritto come maniacale. La Arbus catturò questa espressione facendo stare fermo il ragazzino, mentre lei continuava a muoverglisi attorno sostenendo che stava cercando l'angolo giusto. Dopo poco il ragazzo divenne impaziente e le disse di spicciarsi a fotografare, creando l'espressione che potrebbe sembrar comunicare che il ragazzo ha in mente la violenza, mentre stringe saldamente in mano la granata giocattolo;tutto sommato era un comune ragazzo intenzionato a giocare con la camera della Arbus
    Identical Twins, (1967) - Una foto di due giovani sorelle gemelle, una a fianco all'altra, vestite in velluto. Una leggermente sorridente e l'altra leggermente imbronciata sono la caratteristica bipolare della fotografa stessa.
    Jewish Giant at Home with His Parents in The Bronx, NY, 1970 - Una foto di Eddie Carmel, il "Gigante Ebreo", ritratto nel suo appartamento assieme ai genitori molto più bassi di lui. Alcuni interpretano come la foto mostri che il corpo inusuale di quest'uomo non gli abbia impedito di avere una vita familiare normale e felice. Altri vedono una certa rigidità nella postura dei genitori e trovano che mostri un distacco tra Eddie e la sua famiglia, forse un'indicazione di disappunto o di tristezza per il suo strano aspetto e per la sua vita prevedibilmente breve; altri vedono nell'espressione della signora Carmel che guarda suo figlio la sorpresa, come se lo avesse incontrato per la prima volta.

    Fonte:http://it.wikipedia.org/wiki/Diane_Arbus#Fotografie_famose

    Valeria Pezzella

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  4. Il metodo della Arbus, in quanto ritrattista, andò indubbiamente al di là delle pratiche della fotografia di moda o documentaria; era un metodo che consisteva soprattutto nel minimizzare il rilievo dell'abito e dei fatti che circondano una persona per focalizzarsi sulla soggettività della persona stessa, nella sua dimensione materiale e psicologica.Il ruolo della Arbus in quanto fotografa è stato quello di essere una compagna nei confronti di individui la cui autentica prova era quella di vivere con se stessi, trovò la propria sorgente di ispiraszione caratteristica tra gli individui che Sander defini gli "ultimi uomini".
    Nella poetica fotografica di Diane Arbus quindi ciò che risulta importante sono i
    tratti, i soggetti più che la composizione o la resa formale.Ella stessa ha detto
    :<<...La questione è che non si eludono i fatti, non si elude la realtà com'essa è
    veramente...E' importante fare delle brutte fotografie.Sono le brutte che mostrano
    qualcosa di nuovo.Esse possono farvi conoscere qualcosa che non avevate visto, in una maniera che ve le farà riconoscere quando le rivedrete>>.
    <> (Italo Zannier) della Arbus figuraqno il trionfo della ragione sull'arificio della merce.La fotografia o ricopre il ruolo di simulacro che gli è stato assegnato dall'industria dell'apparenza o incoraggia l'immaginario sociale a bruciare i propri miti.Si tratta di un invito alla diserzione dall'idolatria istituzionale e l'incominciamento alla sovversione dei linguaggi multimediali.
    Qui la fotografia si configura non come arte da esposizione ma interrogazione della comunicazione tra la cosa fotografata e il mondo che gli sta intorno.
    Negli anni sessanta la Arbus si accosta ai bordi del sociale.Le sue fotografie
    mostrano che l'oscenità, il mostruoso, il deviante, il diverso...hanno un'etica,
    un propio linguaggio, una morale e una fraternità sconosciuti agli occhi dei
    "normali".Il linguaggio fotografico di Diane Arbus è l'espressione più radicale apparsa sulla scena della fotografia nell'ultimo mezzo secolo. La Arbus si spoglia
    di ogni spontaneismo, di qualsiasi immediatezza; la sua fotografia è diretta, sparata sul reale.I ritrattati sono piantati davanti alla fotocamera, presenti nel loro
    esistere e resi vivi dalla coscienza sociale del fotografo.Anche nell'uso del flash,la Arbus non ha mezzi termini nè altre veline estetizzanti; il colpo di luce lo butta addosso ai soggetti in modo quasi brutale; è solo un supporto che permette di cogliere una poetica del ritratto, fabbricare l'apologia dell'uomo dragato al fondo della propria esistenza.La Arbus ha fabbricato una differente psicologia della percezione, non ha fotografato l'evento, l'accadere, il momento decisivo caro a Cartier-Bresson; quello che raggiunge è l'accaduto, il risentimento di una immodificabilità dell'esistenza.
    La scena sulla quale la Arbus ritaglia la propia esisrenza è quella della rottura
    con il conforme e con la vocazione artistica. La sua fotografia non è mai innocente.
    Indica modelli e orientamenti, riflette la contraddizioni della società opulenta e
    della ragione armata. Pone la vita nel gioco degli opposti.Trasgredisce ogni linguaggio
    dell'avanguardia e della simulazione, si spinge oltre la crudeltà della rappresentazione per giungere a una festa degli oppressi dove nessuno è servo e tutti sono re.

    Fonte: http://web.dsc.unibo.it/~sergio.cidda2/ig/poetics.html

    Mario Walter Bonfiglio

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  5. I freaks, e non solo, di Diane Arbus in mostra Berlino: 200 scatti da non perdere

    "Se io fossi semplicemente curiosa, mi sarebbe assai difficile dire a qualcuno: voglio venire a casa tua, farti parlare e indurti a raccontare la storia della tua vita. Mi direbbero: tu sei matta. E in più starebbero molto sulle loro. Ma la macchina fotografica dà una specie di licenza. Tanta gente vuole che le si presti molta attenzione, e questo è un tipo ragionevole di attenzione da prestare”.
    Nell’occhio di Diane Arbus emerge sempre un’umanità che trascende il sentimento comune avvertito dall’osservatore comune nei confronti di chi, fisicamente appare diverso e “sfortunato”. Ogni suo scatto ha la capacità di entrare nell’animo dei soggetti, come del resto lei stessa rese palese quando affermò “Quelli che nascono mostri sono l’aristocrazia del mondo dell’emarginazione… Quasi tutti attraversano la vita temendo le esperienze traumatiche. I mostri sono nati insieme al loro trauma. Hanno superato il loro esame nella vita, sono degli aristocratici. Io mi adatto alle cose malmesse. Non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io”.

    A Martin Gropius Bau dallo scorso venerdì 22 giugno fino al 23 Settembre circa duecento fotografie dell’artista americana sono esposte all’interno di una mostra intitolata semplicemente Diane Arbus. Non potrebbe essere altrimenti. A legare queste opere è soltanto l’occhio e la mano della fotografa, nessuno spunto o rielaborazione critica, come ben viene spiegato nel pannello didascalico posto davanti alla prima delle dieci sale dell’esposizione. Non c’è un filo concettual-cronologico da seguire, gli scatti si susseguono toccando senza un vero ordine tutti i soggetti toccati dall’americana, dai cosiddetti freaks incontrati tra Manhattan e San Francisco ai ritratti di personaggi famosi (Norman Mailer, Marchel Duchamp, Jorge Louis Borge, James Brown e tanti altri), dai nudisti a gente “normale” immortalata per strada in composizioni che raccontando sempre un’inquietudine tanto nell’autrice che nei soggetti, come dimostra una della foto più famose della collezione, quel bambino con la granata giocattolo in mano che, differentemente da quanto si è soliti pensare, è un normale ragazzino come tanti altri semplicemente impaziente che arrivi il clic cosìche possa tornare a giocare. Interessanti sono anche i vari scatti fatti ai cosìddetti patrioti, manifestanti proguerra con bandiere o divisa addosso, sempre ritratti come se fossero dei mostri, seppur alla fine non ci sia stata nessuna rielaborazione dell’immagine e i soggetti fossero in posa. La scelta dei curatori (la mostra è già passata a Parigi) di non “raccontare” le foto si rivela interessante. A meno che non si conosca bene la sua vita, non si hanno punti di riferimento con cui filtrare e interpretare, solo le foto. E così l’attenzione si focalizza solo su queste, un flusso continuo di stimoli e sguardi che confermano la veridicità di quanto la stessa Arbus disse una volta: “Una fotografia è un segreto che parla di un segreto, più essa racconta, meno è possibile conoscere”. Solo nelle due ultime stanze dei grandi pannelli raccontano la vita dell’artista, i suoi inizi, i pensieri, i riconoscimenti in vita e alcune tappe fondamentali della sua vita sentimentale, giusto però quelle che non potrebbero essere escluse dal racconto, accennando appena alla depressione che la portò all’improvviso suicidio nel 1971. Che siano solo le sue foto a parlare, e basta.

    "Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate"

    Diane Arbus

    Fonte: http://www.zingarate.com/network/berlino/i-freaks-e-non-solo-di-diane-arbus.html

    Marta Mazzarelli

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  6. Diane Arbus killed herself, aged 48, on 26 July 1971. On the 40th anniversary of her death, it's worth reconsidering her artistic legacy. Her work remains problematic for many viewers because she transgressed the traditional boundaries of portraiture, making pictures of circus and sideshow "freaks", many of whom she formed lasting friendships with.
    If Arbus undoubtedly felt at home among the outsiders she photographed, she also experienced a frisson of guilty pleasure when photographing them. "There's some thrill in going to a sideshow," she once confessed of her nocturnal visits to the circus tents of Coney Island, where performers were still earning a living in the 1960s. "I felt a mixture of shame and awe."
    Her works make us question not just her motives for looking at what the critic Susan Sontag – with typical hauteur – called "people who are pathetic, pitiable, as well as repulsive", but also our own. In perhaps the most angry essay in her book On Photography, Sontag insists that Arbus's gaze is "based on distance, on privilege, on a feeling that what the viewer is asked to look at is really other".
    The "other" is not what it used to be. We live in a time when it is ubiquitous, whether in voyeuristic TV shows about "embarrassing bodies" or documentaries about sexual exhibitionists or conjoined twins. Nevertheless, Arbus's black-and-white portraits – particularly of those with mental disabilities or physical abnormalities – retain their power to unsettle and disturb. Here, whatever her intention, the cruel often seems to outweigh the tender. What's more, her portraits always send us back to Arbus: to her need to not just photograph but befriend her subjects; her seemingly insatiable fascination with the unusual; her often fragile state of mind. (She killed herself for reasons that remain mysterious.)
    Later this year a new biography, entitled Diane Arbus: An Emergency in Slow Motion, will be published. The author is William Todd Schultz, a professor of psychology at Pacific University, who specialises in what he calls "psychobiography". Once again, as with Patricia Bosworth's celebrated book about the photographer, it is the life – and mind – of the artist that is being probed in an attempt to shed some light on the photographs. For his research, Schultz spoke at length to Arbus's therapist. This, I would hazard, did not go down well with the famously controlling Arbus estate who, as Schultz put it recently, "seem to have this idea, which I disagree with, that any attempt to interpret the art diminishes the art".
    Yet with Arbus, as with Nan Goldin, the life and the art are inextricably intertwined. Of late though, Arbus's identification with her subjects has been interpreted not, as Sontag insists, as a kind of prurient voyeurism, but as a way of understanding the world and shedding new light on its fringes. "To cast Arbus in the role of a tragic figure who identified with 'freaks' is to trivialise her accomplishment," Sandra S Philips, curator of photography at the Museum of Modern Art in San Francisco, told the Smithsonian magazine in 2004. "She was a great humanist photographer who was at the forefront of a new kind of photographic art."[...]
    Arbus may have felt an enormous empathy with the people she photographed, but she was not one of them, however much she identified with their outsider status. She had her own troubles, but they were of a different order. The work she left behind remains powerful not just because of its dark formal beauty or its stark vision, but because it asks questions of the viewer about the limits of looking, about the vicariousness and predatory nature of photography, and about our complicity in all of this.[...]
    Fonte:http://www.guardian.co.uk/artanddesign/2011/jul/26/diane-arbus-photography-sideshow

    Claudia Camillo

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  7. Tornando a casa in metropolitana incontrò Susan Browmiller, che aveva fatto il pezzo sul concerto per il “Village Voice”. "A te non piacciono i mostri?" le domandò improvvisamente Diane. "Perché io li adoro."
    (Diane Arbus. Vita e morte di un genio della fotografia, Patricia Bosworth, Rizzoli, 2006)

    Ecco una delle direttrici che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro, e dato modo a tanti pregiudizi e pareri discordanti, di affollarsi intorno alla complessa figura di Diane Arbus. Una donna capace di magie ben più reali della semplice patinatura residua che spesso avvolge ancora a lungo coloro che hanno lavorato a stretto contatto con il brillante e falso mondo della moda. Diane era l’antitesi del vuoto glamour vestito solo di se stesso. Sostenitrice di granate, devastazioni, difetti e apparenti incrinature, le sue linee guida alla scoperta degli spiriti ingratamente nascosti nei corpi più sofferenti hanno animato un filone di neorealismo estremo che stenta fortunatamente a spegnersi.
    Eppure Diane non era solo questo, mille le direttrici analitiche e polemiche racchiuse nel suo lavoro, come almeno altrettanti i conflitti familiari e personali che l’hanno perseguitata fino al suicidio. Patricia Bosworth, nella biografia non ufficiale edita in Italia da Rizzoli, ha scavato nel cumulo di carte e impressioni che gira ancora intorno alla Arbus, restituendo un ritratto tormentato e a tratti un po’ retorico, ma di sicuro sentito ed emozionante.

    "Quando apparve su “Show” lo sgradevole servizio in bianco e nero, la West andò su tutte le furie e fece scrivere dai suoi avvocati una lettera minacciosa all’editore, Huntington Hartford, protestando contro quelle fotografie “poco lusinghiere, crudeli, assolutamente non attraenti.” Diane ci rimase male. “Era sinceramente sorpresa quando le persone che fotografava disconoscevano quello che lei aveva creduto di trovare in oro” dice Charlie Reynolds. Eppure nelle immagini di Diane c’era qualcosa al di là dell’apparenza che immancabilmente disturbava. La West, malgrado la bellezza del corpo ancora formoso, non era attraente e la sua stanza da letto rifletteva quella sofisticazione della realtà che solo Holliwood sapeva inventare".

    Fonte:http://www.clickblog.it/post/24723/diane-arbus-by-patricia-bosworth

    Ilaria Ceccarelli

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  8. Guardando le sue fotografie, si apre una voragine ai tuoi piedi.Tu sei li,con la tua macchina fotografica,con la tua passione,le tue idee,la voglia senza fine di realizzare opere che ti diano un minimo di soddisfazione,e poi…e poi guardi le foto di Diane Arbus.E entri in un vortice di pensieri,in un turbinio di sensazioni che ti lacerano e ti lasciano senza fiato.Ad un certo punto desideri essere lei.Capisci che devi assolutamente visitare una sua mostra,continui a ripeterti che in quelle foto troverai la tua maestra,pensi che troverai ispirazione,che troverai spunti e mille altre cose ancora e poi, ti calmi e respiri.E leggi più attentamente la sua biografia,cercando di non guardare quelle foto.Ma non ci riesci…l’occhio vola sempre verso quella pagina.E passano altri cinque minuti.E ti ritrovi al punto di partenza. Con la tua macchina sulla scrivania.Guardi la tua macchina, e guardi le foto di Diane...Ebrea, ricca, nasce negli anni trenta a New York. Si sposa giovanissima, a 18 anni.Con il marito, apre uno studio fotografico dopo la seconda guerra mondiale.Studia fotografia.E coltiva il suo genio.Capisce che per fare fotografia, bisogna anche divertirti.E comincia la sua carriera lavorando sul Glamour.Ma la Diane che ho amato non si limita a fotografare maglioni e vestiti.A fine anni cinquanta alcuni avvenimenti segnano la sua vita:si lascia con il marito, Allen, e si imbatte con i Freaks, gli scherzi della natura;quei personaggi che osservate con quell'occhio strano,che vi suscitano compassione,pietà,schifezza e ribrezzo allo stesso tempo.Ecco,lei decide di fotografarli.A New York non le manca certo del materiale.Ecco quindi che scopre l’Hubert Museum ed il Club 82.Vaga per hotel,camere mortuarie,parchi,dovunque.E scatta le sue splendide foto.Persone con disabilità,deformi,stranezze fisiche.Diane non ha barriere mentali nella sua arte."Most people go through life dreading they’ll have a traumatic experience.Freaks were born with their trauma.They’ve already passed their test in life.They’re aristocrats."Li considera aristocratici."Io mi adatto alle cose malmesse.Non mi piace metter ordine alle cose.Se qualcosa non è a posto di fronte a me,io non la metto a posto.Mi metto a posto io.""Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate."
    Totalmente contraria al cambiamento della realtà che la circonda,Diane ci mette di fronte a cose mai viste prima a quell'epoca. Altro che street photografy.Diane è un’avanguardista.Difficile riuscire a pubblicare i suoi lavori in una cultura perbenista come quella che circondava in quel periodo la fotografia.Alcune riviste le danno la fiducia che si merita,ma non raccoglie i favori di un pubblico spesso schifato da quello che decide di rappresentare.Vale la pena di insistere nonostante il responso del pubblico non abbia alcuna empatia con l’artista?Nel momento in cui si decide di pubblicare i propri lavori esponendosi al giudizio insindacabile del grande pubblico, come superare un risposta totalmente distruttivo/negativa?Non ho la minima idea di come ci si possa sentire,ma amo con tutto me stesso persone come Diane.Le sue foto sono potentissime.La sua tecnica poco importa e ciò,in un ambito come la fotografia,è carico di un significato molto importante.Lasciarsi alle spalle tutti quei discorsi su quale macchina venga usata,su quale pellicola,sulla post-produzione,flash eccetera eccetera e quasi serafico per coloro che non osano attribuirsi l’etichetta di fotografi.Depressa nella fine degli anni sessanta,si suicida nel 1971.Non riesce a superare i problemi della sua vita,probabilmente accentuati dalla malattia che aveva,l’epilessia.Il matrimonio,la sua personalità difficile che la portava ad avere alti e bassi repentini,non la lasciano tranquilla con se stessa.Voglio chiudere questo post con le sue splendide parole:"A photograph is a secret about a secret.The more it tells you the less you know".
    Fonte:http://revolutopia.wordpress.com/2012/12/15/diane-arbus/
    Claudia Donato

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  9. “La sua originalità è nel suo occhio, spesso rivolto al grottesco e all’audace, un occhio coltivato… per mostrarti la paura perfino in una manciata di polvere”. Con queste parole Walker Evans, fotografo americano,grande estimatore della Arbus, amerà descriverla. Un occhio quello della Arbus che appare tanto scandaloso eppure si rivela in fondo tanto rivolto all'essenziale, al quotidiano, al reale,a quella "polvere"di cui parla W.Evans che è sotto gli occhi di ognuno, per quanto la si voglia nascondere o addolcire: "don't look away"! Questo il senso della fotografia di Diane Arbus: i cosidetti "freaks", più che mostri, sono quelle meraviglie della natura, che non necessariamente meritano compassione. La Arbus riserva loro un risultato fotografico che non rivela alcun occhio compassionevole,tutt'altro. Una forma di reciproca accettazione, in virtù della quale la fotografa non mostra compassione per i fotografati, che non la chiedono, perché non esprimono disagio o sofferenza per il proprio esser “strani”, quasi lo apparissero solo ai nostri occhi. Dunque una netta provocazione ai parametri comuni di bellezza e normalità.
    Non a caso definirà i suoi freaks "l'aristocrazia degli amrginati." "Tutti in fondo temono l'arrivo di esperienze traumatiche inevitabili, ebbene essi sono nati assieme al loro trauma, dunque hanno già superato il loro esame nella vita."
    Una celebrazione che da "mostri" li rivela eroi.
    Fonte:http://fadedandblurred.com/spotlight/diane-arbus/

    Giulia Vitiello

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  10. Diane Nemerov Arbus è tra le fotografe più significative e conosciute del ventesimo secolo.Cresce in una famiglia agiata, i genitori le scelgono le migliori scuole di New York così Diane andrà alla Ethical Culture School scoprendosi sin da bambina interessata alla letteratura e alle arti visive.Nel 1937 conosce Allan Arbus, figlio di un dipendente del Russek. Allan ha 4 anni più di lei, che ne ha solo 14, e i genitori non vedono di buon occhio lo stretto legame che si viene a creare tra i due, per motivi di età, certo, ma anche per il dislivello sociale che li divide. Malgrado questo, spinti anche dai tanti interessi comuni,i due ragazzi iniziano una relazione che verrà sancita, un solo mese dopo il compimento dei 18 anni di Diane, dal matrimonio. A quest’epoca Diane ha già avuto qualche esperienza depressiva,ma lei e Allan sono una coppia giovane e appassionata, anche di fotografia.Diane aveva preso lezioni da Berenice Abbott, e i due accettano di fare scatti pubblicitari per il negozio di famiglia.Iniziano quello che per molti anni sarà il loro lavoro comune. Nel dopoguerra l'attività dei due si amplia,affittano uno spazio e lo studio Diane e Allan Arbus diventa noto per la precisione e meticolosità degli scatti;la produzione dello studio è unanimemente apprezzata e comincia a comparire su periodici importanti come «Glamour», «Vogue» o «Seventeen», e a essere richiesta da agenzie pubblicitarie.Generalmente Allan è il fotografo e Diana la stylist.Diane,in contrasto col mondo patinato che crea,si lascia libera di non rispettare i canoni di bellezza ed eleganza imposti dal glamour. Abbandona completamente la moda e lo studio di Allan e si iscrive ad un corso della fotografa Lisette Model. Questo incontro è il fulcro del cambiamento della sua vita e della sua fotografia. Lisette Model le apre una finestra su realtà per lei completamente nuove, la invita a guardare un mondo diverso e a guardarlo con i propri occhi. Per Diane è una rivelazione, è come se tutto si fosse capovolto. Il suo obiettivo non riesce a distogliersi da quello da cui la gente generalmente allontana lo sguardo: il diverso, l'imbarazzante, lo sgradevole, il brutto.
    La sua fotografia cambia radicalmente e non solo per i soggetti.Diane abbandona la fotografia di studio e si immerge dentro New York, dal centro alla periferia, fotografando soprattutto nei luoghi pubblici più popolari: le spiagge di Coney Island, Central Park, Times square, l'Hubert's Dime Museum e il Circo delle Pulci, le balere di Harlem e le parate in strada. Sembra spinta da una nuova curiosità, da un nuovo modo di vedere ciò che l'aveva sempre circondata. Attraversa quella famelica curiosità propria degli anni Sessanta per gli stati di coscienza e forme di affettività non convenzionali, dove si confondono amicizie e relazioni, dove l'uso di allucinogeni, droghe e antidepressivi è considerato un modo per allargare i propri orizzonti. Proprio durante questo decennio la fotografia di Diane Arbus esprime una visione precisa e inconfondibile e riesce a mostrare come gli altri ci guardano. Nel 1965 dà avvio al suo progetto The interior landscape, inizia a stampare le sue fotografie al vivo, senza cioè escludere neanche il bordo del negativo, e a usare con sempre più frequenza il flash sia di giorno sia di notte, dando così alle sue fotografie una netta drammaticità. Nel 1969 ottiene i permessi per fotografare gli interni delle strutture psichiatriche del New Jersey, è l'inizio della serie di immagini oggi conosciute come Untitled, che resterà il suo ultimo lavoro e sarà raccolto nel volume pubblicato nel 1995.
    Nel 1972 le sue foto saranno alla Biennale di Venezia: per la prima volta, la fotografia americana arriva in Laguna.
    L'intero archivio di Diane Arbus è conservato presso il Metropolitan Museum di New York.

    Fonte:http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php?azione=pagina&id=477


    Rosa Bove

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    1. Un infelice definizione la rese nota come "la fotografa dei mostri" ma il contributo che Diane Arbus ha dato alla fotografia è stato molto più rivoluzionario di una semplice testimonianza delle imperfezioni fisiche o delle perversioni umane. Le sue foto destarono scandalo nell'ambito della società benpensante, che le ritiene offensive e 'brutte'. Sbattere in faccia a un'America la propria mostruosa stupidità fu la grande rivoluzione di Diane Arbus. I suoi soggetti non saranno le vicende o i protagonisti della storia americana degli anni 50 e 60. Diane Arbus va a conoscere persone sofferenti di deformità congenite che fotografa nelle loro camere da letto a riprova del rapporto di intimità e fiducia che riesce a instaurare. L’obiettivo della macchina fotografica diventa una lente attraverso cui Diane Arbus può raccontare gli aspetti “umani” del mondo dei “non visti”, dei “brutti”, degli “anormali”. Il rapporto empatico stabilito con i soggetti delle sue foto è evidente, non c’è compassione o giudizio: spesso, solo, negli occhi di chi guarda. Una rilevatrice d’immagini ma anche una rivelatrice di verità. I suoi “freaks” non vengono mai ritratti come caricature o fenomeni da baraccone perché l’acuta sensibilità della fotografa non si ferma all’aspetto fisico. Le opere della grande fotografa americana, più che un elogio alla bruttezza, rappresentano un inno alla sostanza, all’essenza dell’individuo, imprigionata oggi come ieri dal culto della bellezza e della forma. Dopo la morte in molti hanno amato le sue immagini. Stanley Kubrick l'ha citata inserendo le sue gemelline inquietanti in Shining e Hollywood l' ha osannata con il film FUR con Nicole Kidman nel ruolo della Arbus.

      Mariele Paganini

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  11. Una fotografa rivoluzionaria, che raccontò l'America "nascosta" degli anni '60, con personaggi e scene di vita che nessuno avrebbe visto se lei non li avesse fotografati. Il Jeu de Paume di Parigi, le dedica una grande retrospettiva, proprio in questi mesi, a quarant' anni dalla sua scomparsa.
    "Per me il soggetto è più importante dell’immagine" dichiarò in un’intervista Diane Arbus, stando comunque sempre attenta alla composizione formale della fotografia.Il suo primo maestro era stato Allan Arbus, prima commesso ai grandi magazzini e poi fotografo di guerra, che lei, aveva sposato contro la volontà della ricca famiglia borghese. Con lui firmò i primi lavori. Frequentò anche Avedon, ma la filosofia della Model, che consigliava ai suoi allievi di «fotografare con lo stomaco», sembra sia la figura che più la ispirò nei suoi successivi lavori. I personaggi che ritrae, con grande naturalezza, sono esseri deformi, insoliti, "diversi" dalla massa, unici, originali i e curiosi. Diane aveva finalmente trovato un nuovo modo per interpretare il mondo, quell' America che nessuno vedeva coi proprio occhi, veniva ora vista attraverso il suo obiettivo ed i suoi magnifici scatti. Il suo obiettivo diviene quello da cui la gente generalmente allontana lo sguardo: l'imbarazzante, lo sgradevole, il brutto. Oltre ai soggetti cambia anche la tecnica fotografica: abbandona la luce naturale e soffusa preferendole forti contrasti e luci ottenute anche con il flash, un insulto per l'arte fotografica di quel tempo. Diane si immerge dentro New York, fino alla periferia, fotografando soprattutto i luoghi pubblici più popolari: le spiagge di Coney Island, Central Park, Times square, l'Hubert's Dime Museum e il Circo delle Pulci, le balere di Harlem e le parate in strada. Spinta da una nuova curiosità, da un nuovo modo di vedere ciò che aveva sempre avuto sotto il naso. Il contrasto tra il mondo ovattato nel quale era cresciuta e l’eccesso della città la colpisce profondamente e fa da sfondo al suo percorso creativo e bizzarro che vedrà la fine nella notte tra il 26 e il 27 luglio in cui Diane si tolse la vita.

    Fonte: http://storify.com/zeta/diane-arbus

    Monica Barba

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  12. Aforismi di Diane Arbus. http://aforismi.meglio.it/aforismi-di.htm?n=Diane+Arbus
    Federica Abenante

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  13. Vincenzina Nappi7 gennaio 2013 12:57

    Diane Arbus. Una mostra monografica al Foam di Amsterdam
    Di Redazione Il Reportage
    Diane Arbus
    - 26 Ottobre /13 Gennaio 2013 - Foam /Amsterdam. www.foam.org

    di Maria Camilla Brunetti
    Fonte http://www.ilreportage.eu/2012/12/diane-arbus/

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  14. "La Arbus è nota come la fotografa dei mostri, e tuttavia sono proprio le sue foto di mostri a inquietarmi di meno. I suoi nani, le sue terrificanti drag queen, i suoi fenomeni da baraccone, i suoi giganti, mongoloidi, ermafroditi sono spesso semplicemente belli, malinconicamente teneri, molto umani. Del resto è lei stessa a confessare di sentirsi più a suo agio con loro, quando dice “La maggior parte delle persone vive nel timore di poter avere un’esperienza traumatica. I mostri sono nati già con il loro specifico trauma. Hanno già passato il loro test per la vita. Sono degli aristocratici.”

    I veri mostri delle foto della Arbus non sono dunque i mostri, ma gli altri, quelli che ostentano una indubitabile normalità, mentre rivelano, nelle sue foto sempre (in questi casi) crudeli, una profondità di squallore, di perdizione, di incolpevole ma definitiva ottusità. Basta guardare questa coppia di adolescenti (si riferisce a Teenage couple on Hudson Street, N.Y.C. 1963) , colta nelle strade di New York nel 1963: poco più che bambini, da un lato; mentre dall’altro i vestiti, la posa e l’espressione dei volti sono mimati da un mondo adulto che appare come un destino obbligato, senza scampo – chiuso come quel muro alle loro spalle. Solo la presa nervosa della mano di lui sulla spalla di lei tradisce l’avventatezza del gioco: loro sanno di non essere ancora così, ma recitano a esserlo, perché è così che vogliono essere – e hanno trovato la fotografa che permette loro per un attimo di essere quello che ambiscono a essere: dei grandi, e dei grandi standard, normali.

    Tutte le foto della Arbus sono duplici, a partire dalla banalità apparente delle inquadrature (figura centrata, sguardo in macchina, magari lei che sta dicendo “guarda l’uccellino”) che nasconde una finezza straordinaria di costruzione. Una banalità della forma che si rispecchia nella banalità delle vite fotografate, e a cui corrisponde invece un malessere profondo, uno sconfinato male di vivere. Potremmo chiamare in gioco quella che Hannah Arendt chiamò, ad altro proposito, la banalità del male, o magari la malignità del banale.

    Certo, non è necessario vedere tutto questo grottesco, questa tristezza, all’interno delle vite normali. Il normale, il banale, sono tali proprio perché di solito non ci danno motivo di interesse, né in positivo né in negativo. Probabilmente, la capacità della Arbus di tirare fuori tutto questo malessere nascosto, di rivelare il male, deriva dal fatto che questo male stesso ha casa dentro di lei – e ogni volta, nel fotografare il mondo, lei sta fotografando se stessa, quello che ama e insieme odia di più.
    Scritto da Daniele Barbieri
    Fonte: http://www.guardareleggere.net/wordpress/category/comunicazione-visiva/page/23/
    Mariarosaria Vitiello

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  15. La parabola artistica di Diane Arbus si concentra in soli undici anni, che vanno dal 1960 – anno in cui esce la sua prima pubblicazione su Esquire dal titolo A vertical jorney: six movements of a moment within the heart of the city in cui si compie un vertiginoso viaggio in pensioni di quart’ordine dove si incontrano puttane e travestiti, boy scout, mostri e macellai – al 1971 – anno della sua morte – ma allo stesso tempo la sua produzione è ampia e numerosa e si allontana da ogni schema precostituito. Le sue prime foto sono sgranate e contrastate ma presto arriva ad una semplificazione formale, anche grazie all’uso della macchine fotografiche reflex “medio formato”, il cui spazio quadrato e simmetrico pone in risalto i soggetti ritratti, che sono quasi sempre vittime di congenite deformità, o individui eccentrici, tutti rigorosamente ritratti nelle loro abitazioni, a testimoniare il grado di intimità che Diane riusciva a instaurare con i personaggi fotografati.Nei suoi scatti, non solo Diane non mostra compassione per i fotografati, ma anche gli stessi soggetti non esprimono sofferenza o disagio per il loro essere “strani”, come se “strani” apparissero solamente ai nostri occhi...Gli individui che posano per Diane guardano l’obiettivo senza inibizioni come se avessero un’incongruente solennità, e comunicano emozioni inattese, testimoniando una voglia di vivere più forte della vergogna e manifestando il desiderio di una normalità troppo spesso negata. Molte fotografie di Diane Arbus sono ormai famosissime e alcuni dei suoi scatti hanno fatto il giro del mondo.Tra tutte le foto, simbolicamente possiamo commentare “Child with Toy Hand Grenade in Central Park, New York” (1962), in cui un bambino magrissimo, con le braccia irrigidite lungo il corpo, regge una granata giocattolo nella mano destra, mentre con la mano sinistra sembra imitare una sorta di uncino o artiglio.Il bambino non ha niente di rassicurante e sembra quasi essere uscito da un film dell’orrore con l’espressione del viso che si potrebbe definire maniacale e schizzofrenica e viene catturata da Diane tramite uno stratagemma: con la scusa della ricerca dell’angolazione giusta, la fotografa inizia a girare intorno al ragazzino che presto diviene impaziente e dice a Diane di sbrigarsi a fotografare, creando l’espressione con il “terribile ghigno”, immortalata nella foto. In fin dei conti però, il soggetto era un comune bambino che, incuriosito, era intenzionato a giocare con la macchina fotografica di Diane, la quale, con la sua abilità, fa emergere un particolare aspetto del carattere del bambino.Possiamo quasi arrivare a pensare che forse sia la stessa Diane Arbus che possiede qualcosa di speciale e di disarmante: sembra quasi che, con i suoi scatti, Diane riesca a indagare il profondo di ogni soggetto immortalato, così che ogni figura impressa sulla pellicola si carica di un’intensità tale da disintegrare qualsiasi atteggiamento prevenuto che possa essere assunto nei confronti dello stesso individuo ritratto. Osservando le immagini scattate da Diane, si può addirittura avere l’impressione di non aver mai visto prima una fotografia: Diane possiamo definirla come la donna del futuro...

    Fonte: http://www.instoria.it/home/diane_arbus.htm

    Clementina Luciano

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  16. Alcuni aforismi di Diane Arbus:

    Ciò che preferisco è andare dove non sono mai stata. (da Diane Arbus di Doon Arbus e Marvin Israel, Allen Lane, Londra, 1974)
    Molte persone vivono nel timore che possano subire qualche esperienza traumatica. I freaks sono nati con il loro trauma. Hanno già superato il loro test, nella vita. Sono degli aristocratici. (da Diane Arbus di Doon Arbus e Marvin Israel, Allen Lane, Londra, 1974)
    Non ho mai fatto le fotografie che mi ero proposta di fare. Le foto sono sempre state migliori o peggiori. (da Diane Arbus di Doon Arbus e Marvin Israel, Allen Lane, Londra, 1974)
    Penso che ci sia molta gente orribile nel mondo, e diventerà terribilmente difficile fotografare tutti, così se fotografo alcuni tipi generali di esseri umani ognuno li riconoscerà. Fu la mia insegnante, Lisette Model, che mi rese chiaro definitivamente che più specifici si è, più generali si sarà.
    Quello che cerco di descrivere è che è impossibile uscire dalla propria pelle ed entrare in quella altrui. La tragedia di qualcun altro non è mai la tua stessa. (da Diane Arbus di Doon Arbus e Marvin Israel, Allen Lane, Londra, 1974)
    Tu vedi una persona per la strada, e la cosa fondamentale che noti è il suo difetto. (citato in Susan Sontag, Sulla fotografia)

    Fonte:http://it.wikiquote.org/wiki/Diane_Arbus

    Sergio Coppola

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  17. Diane Nemerov nasce a New York il 14 marzo 1923 da una ricca famiglia ebrea di origine polacca, proprietaria della celebre catena di negozi di pellicce. Frequenta la Culture Ethical School, poi fino alla dodicesima classe la Fieldstone School, scuole il cui metodo pedagogico, improntato ad una filosofia umanistica religiosa, dava un ruolo preponderante al "nutrimento spirituale" della creatività. Il suo talento artistico ha quindi modo di manifestarsi precocemente, incoraggiato dal padre il quale la manda ancora dodicenne a lezione di disegno, tale Dorothy Thompson, che era stata allieva di George Grosz. La grottesca denuncia dei difetti umani di questo artista, agli acquerelli del quale la sua insegnante la inizia, troverà terreno fertile nella fervida immaginazione della ragazza, e i suoi soggetti pittorici sono ricordati come insoliti e provocatori.
    All'età di quattordici anni incontra Allan Arbus, che sposerà appena compiuti i diciotto, nonostante l'opposizione della famiglia, rispetto al livello sociale della quale è ritenuto inadeguato.
    Da lui impara il mestiere di fotografa, lavorando insieme nel campo della moda per riviste come Vogue, Harper's Bazaar e Glamour. Col suo cognome, che manterrà anche dopo la separazione, Diane diventa un controverso mito della fotografia.
    La vita comune dei coniugi Arbus è segnata da importanti incontri, essendo essi partecipi del vivace clima artistico newyorkese. In quel periodo Diane Arbus incontra, oltre ad illustri personaggi come Robert Frank e Louis Faurer, anche un giovane fotografo, Stanley Kubrick, che più tardi da regista in "Shining" renderà a Diane l'omaggio una celebre "citazione", nell'allucinatoria apparizione di due minacciose gemelline. Nel 1957 consuma il suo divorzio artistico dal marito, lasciando lo studio Arbus, per dedicarsi ad una ricerca più personale.
    Già una decina d'anni prima aveva tentato di staccarsi dalla moda, attratta com'era da immagini più reali ed immediate, studiando brevemente con Berenice Abbott. S'iscrive ora ad un seminario di Alexey Brodovitch, il quale già art director di Harper's Bazaar, propugnava l'importanza della spettacolarità nella fotografia; sentendolo però estraneo alla propria sensibilità ben presto comincia a frequentare alla New School le lezioni di Lisette Model, verso le cui immagini notturne e realistici ritratti si sente fortemente attratta. Costei eserciterà su Arbus un'influenza determinante, non facendone una propria emula, ma incoraggiandola a cercare i propri soggetti ed il proprio stile.Diane Arbus si dedica allora instancabile ad una sua ricerca, muovendosi attraverso luoghi (fisici e mentali), che da sempre erano per lei stati oggetto di divieti, mutuati dalla rigida educazione ricevuta. Esplora i sobborghi poveri, gli spettacoli di quart'ordine spesso legati al travestitismo, scopre povertà e miserie morali, ma trova soprattutto il centro del proprio interesse nell' "orrorifica" attrazione che sente verso i freaks. Affascinata da questo mondo oscuro fatto di "meraviglie della natura", in quel periodo frequenta assiduamente il Museo di mostri Hubert, e i suoi spettacoli da baraccone, i cui strani protagonisti incontra e fotografa in privato.
    E' solo l'inizio di una indagine volta ad esplorare il variegato, quanto negato, mondo parallelo a quello della riconosciuta "normalità", che la porterà, appoggiata da amici quali Marvin Israel, Richard Avedon, e in seguito Walker Evans a muoversi fra nani, giganti, travestiti, omosessuali, nudisti, ritardati mentali e gemelli, ma anche gente comune colta in atteggiamenti incongrui, con quello sguardo al tempo stesso distaccato e partecipe, che rende le sue immagini uniche.
    Source: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=1332&biografia=Diane+Arbus
    MADNESS

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  18. I suoi ultimi anni di vita sono all'insegna di una fervente attività, tesa forse anche a combattere con vive emozioni le frequenti crisi depressive, di cui è vittima, l'epatite che aveva contratto in quegli anni e l'uso massiccio di antidepressivi avevano minato inoltre il suo fisico.
    Diane Arbus si toglie la vita il 26 luglio 1971, ingerendo una forte dose di barbiturici e incidendosi le vene dei polsi.
    L'anno seguente la sua morte il MOMA le dedica un'ampia retrospettiva, ed è inoltre la prima fra i fotografi americani ad essere ospitata dalla Biennale di Venezia, riconoscimenti postumi, questi, che amplificheranno la sua fama, tuttora purtroppo infelicemente collegata all'appellativo di "fotografa dei mostri".
    Nell'ottobre del 2006 esce al cinema il film "Fur" ispirato al romanzo di Patricia Bosworth, che racconta la vita di Diane Arbus, interpretata da Nicole Kidman.

    http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=1332&biografia=Diane+Arbus

    MADNESS

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  19. Aforismi di Diane Arbus

    «Una fotografia è un segreto che parla di un segreto. Più essa racconta, meno è possibile conoscere.»

    «Nelle mie fotografie non ho mai ottenuto il risultato che aspettavo prima di scattare. Dopo lo sviluppo erano sempre migliori oppure peggiori.»

    «Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate.»

    http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=1332&biografia=Diane+Arbus

    MADNESS

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  20. “She come to them” È proprio questo che segna maggiormente lo stile della Arbus “She come to them”, Lei andava da loro, e quando qualcosa nella scena non andava bene non era la scena ad essere modificata, ma la fotografa ad adattarsi.
    Diane Arbus inizia a fotografare a partire dagli anni '40, utilizzando una nikon 35 mm, ma solo grazie all'incoraggiamento della fotografa Lisette Model supera la sua timidezza e inizia (nel 1957) a fotografare i soggetti che davvero la interessano. Possiamo idealmente far iniziare il lavoro personale di Diane Arbus già nel 1956, anno in cui inizia a numerare i suoi provini a contatto a partire dal nr.1 [2]. Provinerà e numererà più di settemila e cinquecento rotolini fino al 1971, anno del suicidio. Fino al 1962 userà quasi esclusivamente il 35 mm (una Nikon) che abbandonerà in modo definitivo nel '63 in favore del medio formato 6x6 cm, una Rolleyflex Biottica, usata saltuariamente nei primi anni, [2] e poi con una Mamiya C33, sempre biottica ma dotata di un comodo flash elettronico. Le foto fatte con il flash di schiarita diventeranno un suo “marchio di fabbrica” e saranno imitate da numerosi fotografi negli anni successivi. Dal 1970 utilizza anche una Pentax 6x7.
    È utile dividere il lavoro della Arbus in tre filoni principali, quello delle fotografie di personaggi eccentrici e di “freaks”, con i quali instaura sempre un rapporto di complicità e di amicizia, talvolta forse perfino di profonda intimità, anche sessuale [1]. Quello più o meno su commissione delle varie riviste di ritratti di personaggi, famosi o meno, e infine quello delle foto prese al volo per strada. Marvin Israel a proposito di questi ultimi racconta “Ci sono centinaia di provini dove la stessa faccia non compare più di una volta e sono tutti primi piani”. In queste fotografie la Arbus concentra il meglio dell'eccentricità della sua visione particolare, mostrando i soggetti ritratti senza la minima ricerca dell'abbellimento estetico, anzi andandone consapevolmente a cercare l'estremo opposto, fino ad arrivare alla provocazione consapevole, come accade in una delle sue foto più famose “Child with a toy hand grenade in central park” (bambino con una bomba giocattolo) del 1962, nell'arco di tempo “non proprio breve” [3] che ci mostra il provino a contatto si vede che l'espressione di stizza del bambino è indotta, negli scatti prima e dopo l'espressione del soggetto è rilassata, mentre in quello decisivo la contrazione del volto in una smorfia è ottenuta dalla Arbus ritardando il momento dello scatto, il bimbo si arrabbia, vuole essere fotografato. Il provino svela il meccanismo che la forza dello scatto isolato ci nasconde. La magia della grande fotografa fa il resto.
    L'intimità della Arbus con i suoi soggetti ci è segnalata in molti modi; dal nano Cha cha cha fino a Marcello Mastroianni la galleria dei personaggi stesi su un letto è interminabile. Se non basta c'è un provino a contatto che va oltre. Sono dodici foto di una coppia, lei bianca e lui di colore. Lei è nuda e si fa coccolare dal marito, a torso nudo ma con i pantaloni. Se si guarda attentamente il provino ci si accorge che la donna nella foto centrale è diversa. È la Arbus, anche lei completamente nuda, sdraiata sull'uomo di colore.[2][3]
    L'ossessione del doppio segue la Arbus per tutta la sua vita. Le gemelline “ricompaiono” in Shining, di Kubrick, vecchio amico di Diane. Non sono, come molti credono, solo un omaggio alla fotografa scomparsa, ma il modo migliore per rendere il materializzarsi di una ossessione; il cerchio, ancora una volta, è completo “the full circle” appunto. Ricordiamo anche che sempre in Shining una delle scene più agghiaccianti è quella della morta suicida nella vasca da bagno, ormai parzialmente decomposta, che seduce il protagonista. È esattamente la condizione in cui ritrovarono la Arbus, nella vasca da bagno, il corpo ormai cosparso dalle macchie verdastre della decomposizione post mortem.

    Fonte: Wikipedia

    SCHIAVONE MARIANNA
    CARDINALE ETHIENNE

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