martedì 20 aprile 2010

Approfondimento su Philippe Breton

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6 commenti:

  1. Alessia Angrisano21 aprile 2010 17:35

    Philippe Berton è un sociologo ed antropologo francese.Nella sua opera più conosciuta "L'utopia della comunicazione",del 1992,l'autore descrive il cambiamento dell'accezione del termine "comunicazione",avvenuto con la fine del secondo conflitto mondiale ed i danni consequenziali,tra cui l'Olocausto e le esplosioni atomiche su Hiroshima e Nagasaki.In questo periodo,nel vuoto creato dall'assenza di punti di riferimento sia morali che politici, la comunicazione ha assunto i connotati di un valore salvifico alternativo alle barbarie,al razzismo e all'esclusione.Berton ritiene che la nascita di una moderna nozione di comunicazione sia stata determinata anche dalla diffusione della cibernetica,che ha imposto una visione del mondo fondata sui caratteri delle relazioni,interazioni e scambi d'informazione.La comunicazione è divenuta l'asse centrale della riorganizzazione della società.Ogni innovazione sociale è possibile soltanto nel momento in cui esiste una spinta sociale;sono i bisogni umani a determinare l'emergere di nuove tecnologie.

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  2. Secondo Breton tre grandi tappe segnano lo sviluppo comunicativo che coinvolge tutta la società:
    1)La prima tappa va a collocarsi in seno alla nascita della Cibernetica introdotta da Norbert Wiener
    2)la seconda tappa è da collegarsi alla teoria dell'informazione di Shannon
    3)la terza tappa, che coincide con l'immediato dopoguerra, è lo sviluppo dei mezzi di comunicazione come priorità, necessità funzionale al sistema.Qui, accanto alla crisi ideologica si pone, nello stesso tempo, l’esigenza di un valore che sia motore trainante per il mutamento di una società basata proprio sulla trasparenza comunicativa: “orma nulla deve accadere in un angolo oscuro dell’umanità, così non esisterà più l’oscuro segreto nel quale è stato preparato il genocidio nazista”.
    La comunicazione, trasparente ed immanente che soddisfa bisogni sociali, diventa un’ossessione che costituisce una risposta perfetta alla crisi del ventesimo secolo.
    Breton parte dall'idea di Wiener, secondo cui: “Le relazioni che si interporranno tra i
    fenomeni contano più di ciò che essi sono”. E' proprio da questo presupposto che Breton reinterpreta la realtà in termini di Informazione e Comunicazione; la novità della sua concezione non risiede nel fatto che vengono posti in scena Informazione e Comunicazione, quanto piuttosto nel fatto che lo scambio di informazioni e relazioni è integralmente costitutivo dei fenomeni sia naturali che artificiali.
    Attraverso la comunicazione – “ogni organismo è la somma delle informazioni che può scambiare nelle reti in cui può entrare”. Là si colloca l’idea che: “nella nuova società tutto è comunicazione”,
    costituendo la base di un discorso che possiamo definire utopico.
    Per Breton ogni fenomeno, e ogni essere, può essere paragonato metaforicamente ad una cipolla, ovvero ad un insieme di esteriorità sovrapposte senza nucleo interiore, in quanto tutto ciò che è interno viene
    posto all’esterno; da ciò scaturisce anche la nuova concezione dell’ Homo Communicans, un uomo ormai spogliato della sua interiorità, immerso nelle relazioni e negli scambi d’informazione con i
    suoi simili e con la struttura sociale.
    Questa potrebbe essere anche una spiegazione del successo dei media, l’attaccamento dell’uomo alla Tv, o al computer: una nuova visione della realtà, anticipata dalla Cibernetica, ma di cui solo attualmente si sta prendendo coscienza; una ridefinizione dell’uomo e dei suoi rapporti con la realtà.
    Affascinante è inoltre la contrapposizione che Breton fa tra informazione ed entropia, partendo dalla constatazione che tutti i sistemi chiusi sono minacciati dall’entropia.
    Ora, l’esatto contrario dell’entropia è rappresentato dall’informazione vivente che circola e che rende “aperti” i sistemi.
    Se i canali informativi vengono mantenuti ampiamente aperti e comunicanti, se può essere effettuato il trasferimento delle decisioni politiche - come sosteneva Wiener -a vantaggio di macchine capaci di apprendere, allora ci saranno le condizioni per l’istituzione di una società migliore.

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  3. Salvatore Cavaliere24 aprile 2010 16:20

    Oltre ai commenti delle mie colleghe, ho trovato degno di approfondimento un libro di Breton, sul quale ho trovato numerose informazioni sul web: Il Culto Di Internet.
    In questo testo il socioogo francese definisce Internet come oggetto di un nuovo culto, che prende la forma di una promessa di un mondo migliore; e intende il termine "culto" come espressione di una vera e propria forma di religiosità, che non ha confini certi e non ha un centro, ma appare disomogenea. Il punto di partenza di questo culto è la condivisione di una visione comune che prevede che tutto, alla fine, sia comunicazione. Secondo questa religiosità, il Male è rappresentato come il rallentamento o la mancanza di informazioni e comunicazione, causato dalla censura o dalle frontiere.
    Ovviamente c'è un prezzo da pagare a tutto questo: la separazione fisica, per essere riuniti in una nuova comunione, bisogna innanzitutto separarsi gli uni dagli altri. Breton ci spiega questa situazione con un paradosso: "Per essere in comunione bisogna comunicare, e per comunicare bisogna separarsi."

    Riporto qui di seguito il link di un brano tratto dal Culto Di Internet, che ho trovato molto interessante:
    http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Novembre-2000/0011lm02.01.html

    Salvatore Cavaliere

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  4. Giulia Eleonora Zeno24 aprile 2010 18:54

    Fonte:http://infomorfosi.blogspot.com/2008/08/il-pensiero-di-philippe-breton.html

    Possiamo sintetizzare il pensiero di P.Breton, prendendo in considerazione due dei suoi lavori più importanti: " L'utopia della comunicazione" e "Il culto di internet".
    Nel primo dei due lavori Breton si domanda come la comunicazione sia diventata l'asse portante dell'organizzazione sociale e, soprattutto, in che modo la società della comunicazione abbia colonizzato l'immaginario sociale diventando un vero e proprio ideale utopico.
    Breton dice sostanzialmente che per capire bene il grande successo della comunicazione ed il suo affermarsi addirittura come valore dobbiamo rivolgere un attimo lo sguardo al passato, vale a dire il periodo sconvolgente che va dall'inizio della prima guerra mondiale alle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Ed è proprio in questo periodo, nel vuoto creato dall'assenza di qualsiasi punto di riferimento morale e politico, che la comunicazione assume i connotati di un valore diventando un imperativo esistenziale secondo cui, a prescindere dai contenuti, l'atto stesso del comunicare rappresenterebbe la spinta verso un progresso sociale. In questo senso la comunicazione si afferma come valore salvifico.

    Le tre tappe:

    La comunicazione si pone così come risposta assoluta alla grave crisi del XX secolo. Tre sono le tappe secondo Breton che portano allo sviluppo di questa moderna nozione unificante che si giova dell'interazione tra le principali tecniche della comunicazione ed il contesto sociale in cui esse agiscono.

    •La prima tappa è rappresentata dalla nascita della cibernetica intesa come scienza del controllo dell'informazione in relazione agli uomini e alle società.

    •La seconda tappa è rappresentata dall'intenzione esplicita di impiegare la nozione di comunicazione anche nell'analisi e nell'azione politico-sociale.

    •L'ultima tappa è rappresentata dall'evoluzione nel dopoguerra della società occidentale, che emerge dalle macerie del conflitto mondiale con la sua voglia di rivalsa e pone le basi effettive per la definitiva consacrazione dell'idea di comunicazione come valore utopico.

    Homo communicans:

    Breton sulle basi di alcune teorie di uno studioso di nome Weiner afferma che qualsiasi fenomeno è considerato come interamente costituito dagli insiemi di relazioni di cui fa parte, la sua essenza è completamente definita in termini di informazione e comunicazione. Ogni fenomeno diventa così la risultante delle informazioni che può scambiare nelle reti in cui accede. Tutto questo ha dato vita ad una nuova definizione antropologica dell'uomo. Si tratta della concezione dell'homo communicans, che secondo Breton è un essere senza interiorità e senza corpo, che vive in una società senza segreti, un essere interamente rivolto al sociale, che esiste soltanto attraverso l'informazione e lo scambio in una società resa trasparente. Grazie alle nuove tecnologie dell'informazione (internet), l'uomo diventa un essere informazionale collettivo, portando alla confusione tra la sfera pubblica e quella privata, indebolendo l'individualità, i rapporti diretti e il concetto di corpo inteso come incontro fisico.

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  5. Concetta Clemente26 aprile 2010 18:31

    Riporto un link che ho già proposto in un precedente post: riguarda il determinismo tecnologico e l'utopia della comunicazione di Breton:
    http://www.federica.unina.it/sociologia/comunicazione-e-processi-culturali/il-determinismo-sociale-philippe-breton-e-l-utopia-della-comunicazione/

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  6. Philippe Breton è nato nel 1951, è docente all'università Paris I (panthéon Sorbonne) e anche professore al centro universitario d'insegnamento di giornalismo, all'università di Strasbourg. Si occupa della "vità democratica", è anche direttore editoriale e redattore capo della rivista "savoirs" e cronista nel quotidiano "La Marseillaise".
    Come fu detto prima, Phlippe Breton centra gli suoi studi sull'antropologia della parola, delle tecniche di comunicazione e delle pratiche dell'argomentazione. Nel 1990 nell'"utopia della comunicazione" mostra come il termine "comunicazione" ha cambiato la sua accezione dopo la seconda guerra mondiale: una nuova ideologia è nata, fondata su un umanismo tragico ereditato dal dramma di Hiroshima e Auschwitz. Così mostra che la nozione contemporanea di comunicazione proviene dei pionieri della cibernetica, in primo luogo con Wiener Nobert.
    La sua opera "convaincre sans manipuler" (2008)è concepita come un manuele della retorica destinato ha "imparare ad argomentare". Costrutto intorno a numerosi esempi, questo libro s'iscrive nella perspettiva di un approccio nello stesso tempo etnico e efficace della parola. Si ispira di numerosi stage di formazione all'argomentazione che l'autore ha animato con differenti pubblico (docenti, magistrati, quadri intermedi e dirigenti). L'opera s'iscrive nel seguito di una riflessione sistematica e concretta sulle condizioni di esercizio della parola: "La parole manipulée" 2004,(la parola trattata) e "Argumenter en situation difficile"2006.
    Nel 2009, in "les refusants. Comment refuse -t-on de devenir un exécuteur?" (traduremmo: i dissidenti. Come si rifiuta a diventare un esecutore?",esplora nelle situazioni di crimi di massa e di genocidio, le ragioni che convincono "uomini ordinari" di trasformarsi in esecutori e quelli che, al contrario, dissuadono certi di passare all'atto. Rivisita anche in questa perspettiva la problematica della vendetta come motore dell'azione.
    Abbiamo provato di tradure una citazione dell'autore:
    - "il limite del convincere, è la libertà dell'auditorio di essere convinto, quella giustamente che le tecniche manipolatrice limitano".

    Allan, Nathalie
    Speriamo che non sia troppo difficile di legerci.

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